La Natalina

Dal blog di “Piccole cose di un calzino”, una ragazza che leggevo anni fa e che dopo aver messo su prole numerosa, non ha piu’ tempo per scrivere (purtroppo) http://unapiccolacosa.blogspot.it/2013/03/la-natalina.html


La Natalina, con il la davanti, era una degli abitanti storici del mio quartierino.
La Natalina è morta la settimana scorsa, ce ne siamo accorti perchè c’era il carro funebre davanti a casa e tutti, per un attimo, ci siamo chiesti chi dei quattro componenti della famiglia fosse in viaggio per l’aldilà. Poi più niente. Niente epigrafe, niente funerale, Niente niente. Povera Natalina.
La Natalina è una delle persone più sfortunate che io abbia mai conosciuto nella mia vita. Una vecchia magra magrissima, coi capelli tutti bianchi e dritti come quelli di Raffaella Carrà. Un marito che la picchiava sempre e due figli drogati, figli dell’eroina degli anni ’80. Due su due, una bella sfiga cosmica, povera Natalina.
La Natalina non usciva mai di casa, la vedevamo solo quando andava a buttare la spazzatura. E, ve lo giuro, aveva sempre la stessa gonnellona sotto il ginocchio a fantasia scozzese rossa e grigia. Nessuno l’ha mai vista  vestita in modo diverso. La Natalina poi aveva gli occhi grandi, enormi come due balene nell’acqua, e tristi, madonna com’erano tristi. Chi è entrato in casa sua dice di aver visto zecche alle pareti e cacche di gatto sparse dappertutto. Quante volte l’ambulanza davanti a casa per qualche crisi dei suoi figli. Spappolati come pere fuori dal frigo. Pere, già. Sia Giovanni che Piero, ogni tanto li vedo ancora e traballano su gambe inesistenti, uno dei due è anche sieropositivo e sembra che un giro di vento lo possa sollevare da terra da un momento all’altro.
Ecco, io la Natalina vorrei che ora fosse in un posto bello a gozzovigliare e godere un po’. Buon vino, buon cibo, un bel panorama da infilare negli occhi, leggerezza nel cuore, un bel vestito nuovo, profumo di pulito e i suoi gatti sulle gambe a fare le fusa. Che nella vita, chi soffre così tanto, merita una dipartita un po’ più dignitosa.
Ciao, Natalina.

 

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SONO UNA PERSONA ORRIBILE/02

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Quando sono al supermercato in fila, mi capita a volte di avere delle persone anziane dietro di me. Sono combattuta, spesso, e vorrei farle passare davanti. Poi penso che io dalle 06.00 del mattino all’1.00 di notte corro come una pazza per riuscire a fare tutto e corro anche quando vado a fare la spesa, che ho i minuti contati. Penso che sono una madre single di tre figli. E penso che le persone anziane in fila dietro di me sono in pensione e di tempo ne hanno a volonta’. Penso anche che i figli a cui preparare la cena loro di sicuro non ce li hanno piu’, che piangono a squarciagola che han fame, che nemmeno fossero i bimbi africani che muoiono di fame, mentre in realta’ quelli non africani si sono ingozzati di schifezze fino a mezz’ora prima, ma urlano che han fame. Poi penso, che insomma, possono anche farsi la fila normalmente le persone anziane. Poi pero’, gli cedo il mio posto e le faccio passare.

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SONO UNA PERSONA ORRIBILE / 01

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Mi sono accorta di stare invecchiando. E forse proprio perche’ adesso sto invecchiando, ogni volta che vado al paesello su a casadidio, ho cominciato a guardare i manifestini mortuari.
Penso sempre, che magari c’è qualcuno che conosco. Poi se non c’è nessuno che conosco sono contenta, ma anche un po’ delusa. 

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QUELLE INUTILI LAUREE

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L’altro giorno in ufficio mi e’ successa una cosa un po’ cosi. Cosi’ nel senso che mi ha lasciata un po’ di amaro in bocca. Allora, succede che all’azienda in cui lavoro c’e’ una collega con cui mi sono a volte scontrata. Va beh, succede, soprattutto perche’ siamo caratterialmente molto diverse e purtroppo ci troviamo a dover collaborare sul lavoro. Comunque, e’ successo che non so come e non so perche’, ci siamo ritrovate con questa collega a parlare del suo percorso scolastico, e lei mi ha fatto presente che la sua carriera universitaria in una rinomata Universita’ milanese privata che le era costata come un appartamento in centro, l’aveva portata ad avere una mente elastica e brillante che la faceva arrivare molto piu’ rapidamente a risolvere alcune problematiche lavorative. Molto piu’ velocemente da chi??? le ho chiesto.  Mi ha risposto che vedeva una bella differenza tra la sua argutezza mentale e la capacita’ logica di chi proveniva dall’ Universita’ Pubblica.
Ecco, appunto; da chi proveniva dall’ universita’ pubblica, tipo me??!! Li’ per li’ ho fatto buon viso e me ne sono ritornata alla mia scrivania, perche’ il mio “live in peace” non mi permette di perdere tempo a discutere con una persona che ritengo fondamentalmente snob.
Pero’, carissima collega, vorrei dirti che noi che l’universita’ privata non potevamo permettercela, siamo dovuti andare per amore o per forza a quella pubblica. I piu’ fortunati con una borsa di studio e i soldi di babbo, quelli come me con la borsa di
studio che bastava a pagare le tasse e i week end lavorativi come cameriera per pagare i libri e tutto il resto.

Perche’ , cara collega, noi figli di operai, di muratori, di meccanici e tutto il resto, non abbiamo sempre avuto la strada diritta e in discesa, anzi, spesso ci abbiamo trovato le salite e le curve a gomito che ci arrivavi in fondo col fiatone e il cuore in gola.
Pero’ cara collega, in fondo ci siamo arrivati, col sudore della fronte nostra e dei nostri genitori che raccontavano fieri di averci un figlio all’universita’, e mica erano cosi preoccupati che l’universita’ era quella pubblica!
Va beh, cara collega, anche se l’altro giorno mi sono arrivate le offerte del centro dell’impiego e sotto ad un bellissimo titolo che suonava cosi “Le inutili lauree umanistiche danno sempre piu lavoro”,  poi ci ho trovato solo offerte per barista, magazziniere, aiuto cuoco, cameriere, meccanico, lavapiatti, ecc, io sono fiera di avere una laurea presa all’Universita’ Pubblica, perche’ me la sono davvero sudata. E non mi ritengo ne’ superiore ne’ inferiore a nessuno solo perche’ ho un titolo di studio in
mano. Pero’ si’, cara collega, mi ritengo superiore a chi pensa di essere piu’ intelligente o piu’ brillante solo perche’ ha un titolo di studio blasonato appeso al muro di casa, magari conquistato coi soldi di babbo.

 

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POVERTA’

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“Everyone I’ve ever talked to who has been poor and is not anymore has the same story of the moment they realized they weren’t poor anymore: grocery shopping.”
— Erynn Brook (@ErynnBrook) May 15, 2018


L’altro giorno ho letto questo tweet su un blog che mi piace molto e di cui un giorno vorrei parlarvi; Lei si chiama Virginiamanda, e’ un’expat italiana, cioe’ una ragazza che per amore vive all’estero, o meglio, che per seguire il marito che lavora all’estero, ci si e’ trasferita anche lei. Ma questo sara’ un altro post…

Dicevo, che ho letto questo post, e per tutto il giorno mi sono risuonate nella testa queste parole.
“tutti quelli con cui ho parlato e che sono stati poveri, non lo sono piu’ stati nel momento che si sono resi conto che potevano fare la spesa”.

Essere poveri significa non avere i soldi per comprare il latte ai bambini. O non potere comprare la carne e il pesce perche’ costano troppo. Anche una mia amica vegetariana non mangia carne e pesce, ma quella e’ una scelta ideologica. Non avere soldi per fare la spesa non e’ una scelta, e’ uno stato di fatto a cui la vita ti ha portato.
Poco piu’ di un anno e mezzo fa noi eravamo poveri. Io, Liza, Giacomo e James. Anche se poi i bambini non se ne rendevano conto per fortuna, ma noi grandi lo sapevamo. Io e Liza facevamo un pasto al giorno quando arrivava il fine mese, perche’ dovevamo tenere da parte i soldi per comprare i pannolini e il latte in polvere ai bambini, e lo stipendio arrivava solo al 18 del mese. Un giorno in tv vidi un documentario in cui si raccontava la storia di un padre disoccupato che finita la cassa integrazione non aveva piu’ trovato lavoro. Viveva con la figlia di 6 anni a casa dei nonni, perche’ gli avevano pignorato la casa. Raccontava che quando sua figlia gli chiedeva di comprare un gelato, lui doveva dirle di no, perche’ non aveva soldi per farlo.
La trovai una cosa terribile.
Per fortuna che ho trovato un secondo lavoro, e piano piano ci siamo risollevati. e ora non siamo piu’ poveri, nel senso che i soldi per fare la spesa li abbiamo. Non siamo nemmeno ricchi, o almeno non lo siamo di denaro, facciamo tanti sacrifici e rinunce tutti i giorni, e se devo comprare un giocattolo ai bambini lo vado a prendere al mercatino dell’usato o usano una macchinina in due. Ma quella e’ anche un po’ una scelta di vita. Ma ora abbiamo una casa, io ho due lavori, un auto vecchia e usata per spostarci, i soldi per pagare le bollette e soprattutto per fare la spesa tutte le settimane.

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FARFALLE AL SALMONE E GITE FUORIPORTA

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Oggi faccio una fatica boia a restare concentrata. Sono rallentata in tutto. Credo sia l’estate che e’ arrivata e ti porta con la testa in spiaggia, sulla sabbia, che senti gia’ il rumore delle onde e ignori quello del telefono.

Oggi comunque ho pensato che mi piacerebbe andare al lavoro in bici. Pero’ da brava ragioniera, ho pensato anche che nella vita, come in partita doppia, c’e’ il “dare” e l’ “avere”; e cosi’ mi sono detta che in bici non ci posso andare, anche se ora lavoro a 1 km da casa, perche’  tutte le mattine devo portare mio figlio all’asilo, a Cesenatico. E quindi non si puo’, almeno che non voglia alzarmi all’alba e farmi tutti quei chilometri in bici.

Che poi in verita’, io odio andare in bici in citta’, perche’ si suda, ti viene un male dell’ostia al sedere e alla patonzola e rischi pure che sulla statale qualcuno ti dia una stirata passandoti sopra in auto. Ma credo che la mia non fosse voglia di essere tonica, perche’ la forza di gravita’ alla mia eta’ ormai ha compiuto irrimediabilmente il suo dovere e di tonico non mi e’ rimasto manco piu’ il braccio per sollevare la forchetta a tavola; credo fosse piu’ voglia di liberta’, di sentire il sole in faccia e il vento che ti scompiglia i capelli mentre vai, di arrivare al lavoro cantando a squarciagola con la testa fra le nuvole. E purtroppo quando si e’ genitori single di bimbi piccoli, tutto questo e’ e resta un’utopia.

Pero’ l’altro giorno sono andata a Faenza. Era sabato, di primo pomeriggio, e fuori ci saran stati 36 gradi. Ed ero senza i bambini. E cosi’ all’andata mi son fatta la strada con calma, passando dalle campagne, sulla statatale stretta che da Cervia ci arriva di traverso. E ho rivisto tanti paesini che erano decenni che non vedevo, a cui da “giovane sgarzulina”andavamo alle sagre estive per intortare ragazzi single; quelle sagre dai nomi folcloristici, tipo “sagra della lumaca”, “sagra della rana” “sagra del cinghiale”, che non ti deludevano mai perche’ ci trovavi sempre quei tipi di ragazzi che piacevano a me, cioe’ “uomini di panza, uomini di sostanza”.

In alcuni paesini non c’ero mai stata invece, pero’ mi erano capitati in occhio quando cercavo una casa da comprare, e li’ i prezzi erano davvero bassi, tipo Ducenta o Massa Castello, ed ora capisco un po’ anche il perche’. Che poi se non fosse che la Liza non ha la patente e io devo portarli tutti a destino ogni mattina, sarebbe il mio sogno vivere in un posto cosi’, senza vicini e immersa nel nulla, un po’ come era quando vivevo nel cucuzzolo a tantamalora insomma, prima di trasferirmi quaggiu’ per amore.

Va beh, insomma, il fatto e’ che viaggiavo in macchina da sola, coi finestrini abbassati e l’odore della calura pomeridiana che entrava dai finestrini e sono arrivata a Faenza e li’ mi aspettavano i miei 30 anni con tutti i  ricordi di una vita passata, quando la davo via come non fosse stata mia.. Non ricordavo il nome della via in cui viveva il ragazzo dagli occhi dolci, pero’ credo di esserci passata davanti. Mi sono chiesta se lui abitasse ancora li, mentre passavo coi finestrini aperti e i fiori di pioppo che mi entravano dentro, che sembrava stesse nevicando in estate. Chissa’ se la sua vita era ancora sconvolta come la mia, o lui aveva trovato pace.

Poi sono passata anche davanti a quella grossa villa che resta sulla via Emilia, e mi e’ tornato alla mente che poco piu’ di un anno fa, forse colta da un po’ di “saudade” che provoca la solitudine, mi ero iscritta a uno di quei social di incontri, e mi aveva contattato un ragazzo di Faenza. Ma essendo  tornata dopo poco lucida, avevo fatto in modo e maniera di scoraggiare un possibile incontro. Mi feci convincere una settimana dopo a incontrarlo, e siccome non avevo davvero intenzione di iniziare alcun tipo di relazione, dissi a lui che Faenza era troppo lontana per me e se voleva, ci saremmo visti a Cesena per un bicchiere di vino. Mi presentai ancor meno convinta all’appuntamento, in infradito, pantaloncini corti, t shirt con tanto di maglietta della salute sotto, occhiali da vista e una penna tra i capelli a tenerli raccolti.

Lo sventurato (di cui non ricordo il nome) arrivo’ all’appuntamento tutto bello tirato, con tanto di pantaloni con la piega e camicia stirata (nonostante facesse un caldo porco e si fosse fatto un tragitto di 60 km in auto nella calura pomeridiana). Io ero stata lasciata da pocopiu’ di sei mesi e non ero di certo nell’idea di rimettermi in coppia.

Il ragazzo mi racconto’ che si era separato da 8 mesi da quella che era stata la sua ragazza da quando avevano 20 anni. Lei era la figlia benestante di un imprenditore faentino, e il padre di lei aveva pensato a tutto quando fu il momento di concretizzare; il lavoro in azienda, la residenza in villa, l’auto aziendale, le vacanze lussuose in famiglia. Cosi’ quando lei lo lascio’ perche’ si era innamorata di uno conosciuto due settimane prima, lui si era ritrovato col culo per terra, dovendosi ricostruire una vita che sino ad allora gli era stata cucita su misura, ma a cui ora avrebbe dovuto rinunciare. Mi disse che Paolo Fox lo aveva detto che per il suo segno il 2017 sarebbe stato un anno terribile. Ma che segno?! Io che sono anti oroscopo e anti Paolo Fox non mi sono proprio sognata di chiedergli niente in merito, tanto per me puoi essere anche del segno dell’unicorno arcobaleno, che se sei un cretino, un cretino rimani.

Comunque sia, il disgraziato doveva essere del segno del topo, perche’ dopo un paio d’ore di chiacchere, arrivo’ il momento di salutarci. Gli dissi che mi aveva fatto piacere incontrarlo e che magari ci si poteva vedere in amicizia, che un buon amico e’ sempre un ottimo investimento. Annui’ sorridendo e mi saluto’ con un abbraccio. La sera stessa mi invio’ un messaggio su whatsup che diceva “Volevo dirti che abbracciandoti per salutarti non ho sentito le farfalle nello stomaco e quindi e’ meglio non rivedersi”.

Ora, a parte che mi pareva di essere stata chiara sulla questione frequentazione, ma poi, che farfalle dovevi sentire??!! Ma mica c’hai 14 anni che incontri una e bamm ti viene il colpo di fulmine! Al massimo incontri una, cerchi di capire se e’ a posto di testa (che di sti tempi gia’ mi pare tanto, visto tutti gli psicopatici che ci sono in giro e buonaparte a quanto pare li incontro io), e se ti pare una bella persona cerchi di conoscerla, col tempo e altri incontri. Io poi personalmente le uniche farfalle che sento allo stomaco, sono quelle al salmone mangiate a pranzo, ma si sa’, io sono un’insensibilona!

Va beh, l’aveva detto Paolo Fox che il 2017 sarebbe stato un anno difficile! Ora mi vado a leggere cosa dice Paolo Fox sul 2018, le farfalle e gli psicolabili….

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LAVORO TANTO, GUADAGNO MENO E NON HO TEMPO PER PENSARE

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Mi sono resa conto che da quando ci siamo trasferiti nella casa a 1 km da dove lavoro, non ho scritto quasi piu’ niente.
Per buona parte, la colpa e’ del lavoro, in quanto si sono licenziate delle colleghe, tra cui Marianna, una delle mie amiche piu’ care, e poi la direzione ha deciso di chiudere una sede amministrativa a Ferrara e ridistribuire quel lavoro che li’ veniva fatto su di noi.
Per Marianna sono felice, perche’ e’ andata a lavorare in una bella azienda che produce mosaici (e noi invece vendiamo cessi), con un aumento di stipendio, un orario flessibile e una prospettiva futura di crescita.
E qui la prospettiva di crescita non c’e’ mai stata, si sa; o meglio, si sa che di crescita c’e’ solo quella di ore lavorate. Va beh, ma io ho sempre detto che il lavoro infondo serve per mangiare, e non lo considero un elemento di felicita’ nella mia vita. Se non che, lavorando tanto, ho meno tempo per leggere, e pensare e scrivere.
Pero’ mi manca la Marianna.

Mi sono resa anche conto che essendo piu’ vicina a casa sto meno tempo in auto e io in auto mi facevo di quei discorsi che Dante a me mi fa una pippa.
Pero’ l’altro giorno, mentre uscivo dal lavoro, la Bugatti mi ha rilasciato a piedi. E cosi’ mi sono trovata ferma nella solita area di sosta a riflettere.
Ho pensato alle cose brutte che mi sono successe, e che quando ero alle medie, la mia prof di inglese disse con la mamma che io ero una ragazza molto intelligente, ma che questa intelligenza accentuava troppo la mia sensibilità e che tutto ciò era un problema, perché mi portava a soffrire tanto e a demoralizzarmi non perseguendo i miei obiettivi.
Allora ho ripensato a tutto quello che mi e’ successo, e a quella prof di inglese, che era già quasi in pensione all’ora, e chissà se e’ ancora viva dopo 30 anni.
Beh, insomma, di cose ne ho dovute affrontare, e si’, e’ vero che mi sono demoralizzata a volte.
Perche’ quando ti ritrovi dall’oggi al domani a dover provvedere da sola a tre figli, ti demoralizzi.
E ti demoralizzi anche quando ti tocca fare il terzo trasloco nell’arco di un anno per cercare una casa in cui andare a vivere con dei bambini piccoli; si’, un po’ ti demoralizzi.
Poi ti demoralizzi anche quando succede che uno dei bambini cade mentre gioca e si fa un taglio in testa, e allora devi correre alle 22 di sera al pronto soccorso e siccome sei da sola, devi svegliarle anche l’altro bimbo che e’ gia’ a nanna, e correre in ospedale con entrambi e aspettare che qualcuno si accorga che hai due bambini piangenti in braccio,
uno perche’ sanguinante e l’altro perche’ ha sonno e tu te lo sei dovuto trascinare dietro.
Allora si’, succede che ti demoralizzi.
Perche’ spesso questa vita ti mette a dura prova. A me poi davvero tanto spesso.
Ma cara prof, anche se mi sono demoralizzata, poi e’ successo che dopo un paio di giorni, attutita la botta, mi sono rialzata, tirata su le maniche e data da fare per cercare la soluzione migliore, perche’ se non ti aiuti da sola, non ti aiuta nessuno.
Perche’ questa e’ la nitroglicerina che funge per me da propulsione.
Che se scaldi il motore ma rimani fermo dentro al box, succede che al traguardo non ci arrivi. E questo nonostante io odi i cambiamenti. Questo nonostante per tre giorni pianga fissando il soffitto. Pero’ poi succede che lo capisco che bisogna agire.

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E anche Marianna ha agito, quando non ce l’ha fatta piu’ a sopportare le dinamiche quotidiane, ha scelto, ha agito, e’ partita allo sparo di partenza; perche’ se te ne resti fermo pensando che ogni giorno è quello buono, succede che ti invecchi con i rinvii, che vivi in apnea sul trampolino senza tuffarti mai.
Invece lei ora lavora per una bella azienda che fa mosaici, ed ha un viale tutto ricoperto di mosaici, e anche gli alberi sono di mosaico. Insomma, non li vende piu’ i cessi che vendiamo qua.

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