BUONI PROPOSITI

Mi e’ stato chiesto se sono cambiata da quando ero una giovane comunista idealista che frequentava l’Universita’.
Eh si’ certo che sono cambiata, sarebbe grave se non fosse stato cosi. All’ora avevo l’incoscienza dei 20 anni, direbbe Guccini, tanti ideali e pochi soldi.
Oggi di quei 20 anni mi restano i pochi soldi certamente;
poca, pochissima incoscienza perche’ a me tocca di tirare avanti la carretta familiare;
e gli ideali?! devo dire che purtroppo gli ideali restano, ma mitigati forse dall’accettazione di quello che noi giovani di allora abbiamo vissuto come una lenta e inesorabile mannaia: il cattocomunismo.
Infondo noi a Bucodelculo andavamo a messa la domenica e alla sezione dei Comunisti a giocare a biliardino.
E cosi quando il PCI si e’ “moderato” a noi e’ parso normale che anche noi e i nostri ideali dovevamo diventare un po’ piu’ “democratici”.
E cosi abbiamo dimenticato quello che ci avevano insegnato i nostri nonni, cioe’ che la comunita’ era fatta da noi; che il grano si batteva aiutandosi a vicenda; che se qualcuno aveva fame un tozzo di pane non si nega mai.
Oggi facciamo lavori più astrusi dei nostri nonni, a volte incomprensibili.
O come direbbe Marcuse, facciamo lavori parassitari.
Viviamo in società complesse in cui gli obiettivi comunitari sono sempre sottomessi a obiettivi di ricchezza individuali.
E questo mi fa soffrire.
Nel 2023 voglio tenere bene a mente questa cosa, e ritornare un po’ a quella che si chiamava coscienza comunitaria e che ho visto nei vecchi che vivevano a Bucodelculo.
Se vedro’ un tubo per strada che perde acqua, chiamero’ il pronto intervento, senza pensare che lo fara’ qualcun altro.
Se vedro’ una persona in difficolta’ mi fermero’ a chiedere, senza pensare che lo fara’ qualcun altro.
Se vedro’ una colonia felina, ci lascero’ del cibo, senza pensare che lo fara’ qualcun altro.
Se davanti a casa mia vedro’ le foglie cadute, le spazzero’, senza pensare che lo fara’ lo spazzino comunale.
Infondo a Natale e’ nato un tizio che avrebbe dovuto insegnarci questo; ma temo che qualcosa sia andato storto, visto come stanno andando le cose.
Io poi tutti gli anni faccio sempre due liste.
In una metto i buoni propositi per l’anno in corso, che bene o male rispetto (a parte dimagrire e risparmiare).
Nell’altra metto i buoni propositi da fare prima di passare a miglior vita, che sono sicura rispettero’ (a parte dimagrire e risparmiare).
Ma infondo spero che quando me ne andro’, quello che mi aspetta lassu’ (o laggiu?) sia anche lui un po’ catto-comunista e ci verremo incontro anche li’.


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GUARDARSI INDIETRO POTREBBE DISTRARRE

https://goccinefluo.wordpress.com/

C’e’ un blog che leggo, perche’ pieno di ottimismo, e penso che essere ottimisti faccia meglio che il non esserlo. A noi. Agli altri. All’ autostima di chiunque.
Si chiama “Goccine Fluo”. Oggi, mentre assumevo la mia dose di goccine quotidiane come consigliato , mi si e’ visualizzata la frase
“GUARDARSI INDIETRO POTREBBE DISTRARRE.”
Grande verita’ questa.
Il retrovisore non dice mai la verita’.
Lui, ti fa sembrare lontano quello che invece e’ vicino. E’ ingannevole, un imbroglione maledetto, di quelli che fai entrare nella tua vita perche’ esternamente sembrano migliori di quello che sono.
Invece non bisogna mai fidarsi del retrovisore, te lo insegnano anche a scuola guida.
Fu mio nonno ad insegnarmi a guidare. In una vecchia 127 sgangherata. Io avevo 18 anni , ma lui che aveva la saggezza contadina, mi diceva sempre “Non guardare mai solo lo specchietto retrovisore, gira la testa e verifica coi tuoi occhi”.
Certo che a guardare con i propri occhi pero’ bisogna vederci bene, se sei miope rischi di andare contro a un palo.
Un po’ come se hai le fette di prosciutto sugli occhi, a voglia a guardare!
Il tempo smussa i contorni, fa dimenticare i particolari e affievolisce il dolore.
E non lo so quale sia la cosa migliore da fare; per mia indole tendo a guardare in avanti, ma ammetto che succede anche a me di pensare al mio passato, alle persone che ci sono state, e alcune ci sono ancora e altre non ci sono piu’; ai sentieri percorsi e ai cammini lasciati. Ci penso rivalutandoli, con la vista offuscata del tempo che passa, e addolcisce le curve e mitiga le salite ripide.
Ci penso con la filosofia del retrovisore, che mente e inganna ma che e’ un gran furbetto, e ti fa credere che e’ la sua la visione giusta.
Io non sono mai stata una nostalgica, difficilmente quando penso a quello che mi e’ successo, lo faccio col rammarico del “ah ma se fosse andata diversamente”.
Non ho mai riscaldato la minestra di un rapporto concluso e riaperto, perche’ cio’ che chiuso e’ chiuso, e i vetri rotti non stanno insieme nemmeno con la supercolla.
L’unica relazione conclusa a cui avrei ridato una seconda possibilita’, sarebbe stata quella col padre di mio figlio, ma a ben vedere oggi, sarebbe stata una cosa sbagliata, perche’ lui e’ una persona diversa da quella che io avevo conosciuto, e io anche.
Sicuramente finche vivro’ mi sentiro’ in colpa nei confronti di mio figlio, per non essere riuscita a dargli una famiglia solida e tradizionale.
Sicuramente mi sento in colpa ogni qual volta che gli preparo la valigia per andare in un altra casa a week end alterni.
Sicuramente questa e’ una scelta del mio passato che arrivera’ nel suo futuro.
Ma vado avanti con la speranza di fare il meglio che posso.
Meglio non guardare il retrovisore, guardarci indietro ci potrebbe distrarre.
Guardiamo avanti, che altrimenti rischiamo di finire contro un muro.

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POLITICALLY INCORRECT

Mio nonno mi diceva di guardare sempre in avanti, e di non girarmi troppo, che il passato e’ passato e non si puo’ cambiare, e il futuro e’ quello che ci aspetta.
Era la meta’ degli anni ’90.
Quell’anno dovevano esserci le elezioni.
Lui che era nato poverissimo e contadino, aveva visto nel partito Comunista il riscatto sociale. Ci aveva creduto e ci aveva anche lottato per alcuni diritti.
Poi arrivo l’Ulivo, e lui come tanti si trovarono di fronte alla scelta di cosa fare, se lasciare la strada vecchia per abbracciare quella nuova, o continuare come aveva fatto fino ad allora.
Un giorno, mi prese da parte e mi disse che loro, i comunisti, ci avevano creduto per 50 anni, e ormai erano vecchi per cambiare idea, che sarebbe stato un po’ come rinnegare tutto quello per cui avevano lavorato fino ad allora.
“Ma voi che siete giovani, voi dovete guardare avanti e scegliere la strada migliore per il futuro”.
Credo che con quella frase volesse dirmi di votare per il “nuovo che avanzava”.
Non lo feci allora, non ne ero convinta, anche se il nuovo stava davvero avanzando, nel bene e nel male.
Loro, i comunisti, ne avevano visti in quegli anni di cambiamanti; 10 anni prima c’era stata la Perestroika e 5 anni dopo la caduta del muro di Berlino.
Tutto il mondo che avevano conosciuto si stava sbriciolando alla velocita’ della luce.
Pero’ capivano che quello era il vecchio, che l’anacronismo non sarebbe servito a nessuno, che le cose cambiavano. E dicevano a noi giovani di cercare la nostra strada, la nostra idea, per non rimanere impantanati in quel passato non piu’ attuale. Ci dicevano di leggere bene i programmi elettorali, e di decidere per il meglio di un popolo.
A volte mi viene da pensare a quello che resta oggi di quegli ideali politici, a quegli uomini che ci credevano cosi tanto; cosa direbbero se vedessero questa classe politica opportunista e povera di contenuti, pronta a vendersi per un seggio elettorale.
Nonno non li leggo piu’ i programmi elettorali, non ci sono piu’.

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LA FESTA DEI FICHI

I miei nonni vivevano in un paesino di 100 anime, di cui 90 erano anziani.
Io in quel paesino ci ho passato tutta la mia infanzia e parte anche della mia adolescenza.
Il mio primo lavoro estivo fu quello di andare con la nonna a raccogliere le uova nel pollaio industriale a 13 anni.
Oggi son cose che non si potrebbero mai fare, lo chiamano sfruttamento minorile. Ma allora era una cosa bellissima, perche’ potevo andare al lavoro coi nonni, e ascoltare i racconti di tutte quelle signore che portavano ancora il grembiule alla vita e il fazzoletto sul capo, per non rovinare la piega con la polvere del pollaio.
A fine giornata la nonna mi pagava 1000 lire per le uova che avevo raccolto.
Un’altra cosa bellissima che ricordo, era che alle 10 si faceva la pausa e le lavoratrici tiravano fuori dai loro fagotti le fette di pane farcite col formaggio e col salame e a me era riservata anche una tazza di caffe’ d’orzo caldo del termos e una fetta di ciambella.
Quasi sempre dalle tasche di quei grembiuli uscivano delle caramelle che avevano portato per me.
I miei nonni viveno a Pianetto, un piccolo borgo di origine medioevale, in cui c’erano 40 casette a due piani, la Sezione dei Comunisti, la bottega alimentare della Temige, e una chiesa mediovale di Santa Maria dei Miracoli.
A dire il vero c’erano anche un castello dai racconti terrificanti, che venivano fatti a noi bambini per farcene stare lontani, e un Covento dei padri Minori che poi e’ stato magnificamente recuperato ed e’ diventato sede del Museo civico.
Ma quelli erano per i turisti, la gente di Pianetto triangolava tra casa-bottega della Temige- Chiesa o sezione dei Comunisti.
La festa del paese era l’8 settembre, e si trattava di una festa bellissima, piena di giochi di paese, di quelli che non esistono piu’, di stand gastronomici e la banda che suonava durante la serata di intrattenimento.

A Pianetto, la meta’ degli abitanti era devota alla Madonna e l’altra meta’ era anticlericale.
Pero’ per l’8 settembre, tutti si riunivano per organizzare la festa, per adornare la chiesa coi fiori freschi e per ungere con lo strutto il palo della cuccagna a cui venivano appesi i prosciutti da conquistare.
L’8 settembre era una festa di tutti gli abitanti, nessuno andava al lavoro e tutti si davano da fare alla festa.
Solo che i devoti dicevano che era la “Festa della Madonna dei Miracoli”, mentre gli anticlericali dicevano che era “la Festa dei Fichi”.
Ma l’8 settembre era una festa per tutti.

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PER UN PO’ DI STRACCHINO

(Ph. M. Moretti)

Il problema e’ che noi donne siamo complicate e’ vero, ma anche che la maggioranza degli uomini ragiona col pisello.
Un altro problema e’ che noi donne fatichiamo a mettere il punto.
La mia prof di italiano diceva. “Le frasi vanno interrotte. Non possono durare all’infinito. Tutto ha un inizio e tutto ha una fine. Usate il punto”.
Ecco, noi donne abbiamo questo problema, non sappiamo usare bene il punto.
O meglio, siamo piu’ propense ad usare le virgole.
“Non mi ha chiamato-Virgola-ma avra’ avuto da fare”
“Non mi dice mai che mi ama-Virgola- ma e’ il suo carattere”

Ecco, queste siamo noi donne, paladine dell’ennesima possibilita’, della virgola illimitata.
Anche quando ci vorrebbe un punto e basta.
“Non perdo il mio tempo ad apettare che mi chiami- Punto”
“Non mi dice mai che mi ama semplicemente perche’ non mi ama-Punto.”
“Non ho voglia di essere un ripiego per un uomo sbagliato -Punto”

Una volta mi hanno raccontato questa storia.
Peter e la ragazza con la frangia in diagonale convivevano in una casetta.
Peter diceva che andava tutto bene tra loro. Si’, a volte discutevano acutamente, si scontravano ma poi tornava tutto a posto.
Un giorno la ragazza con la frangia in diagonale riempi’ la valigia alla meno peggio con le sue cose buttate dentro alla rinfusa e se ne ando’ per non tornare.
Quando chiesero a Peter cosa fosse successo, lui racconto’ questo:
“Una sera eravamo a tavola insieme per la cena. Quelle cene estive veloci, fatte di poco, perche’ e’ caldo e non si ha voglia di cucinare.
Presi la vaschetta dello stracchino da sopra alla tavola per riporla in frigorifero, perche’ avevo finito di mangiare. La ragazza con la frangia in diagonale mi ha urlato ” Tu non hai nessun rispetto per me! Basta, me ne vado!”
Io rimasi li immobile con la vaschetta in mano, e dissi solo “Ma per un po’ di stracchino….”

Ecco, questo e’ il problema, che arriva un giorno che mandi tutto al diavolo per un po’ di stracchino.
Perche’ i giorni prima hai usato troppe Virgole, e le troppe Virgole fanno si’ che a volte mandi tutto al diavolo per un po’ di stracchino.

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94 ANNI E SENTIRSELI TUTTI!

(ovvero; appi borzdai tu mi)

Oggi mi sono svegliata con la cervicale e il mal di testa.
Ieri era il mio compleanno, 94 anni, oh pardon 49 anni. Sara’ che me ne sento davvero 94. E sara’ che dopo i 30 anni, dovrebbero promulgare un editto regio col divieto di festeggiare i compleanni.
Con la family siamo andati a cena fuori: i bambini erano irrequieti, il cibo era cosi cosi, il Dado era un ologramma silenzioso che forse avrebbe preferito essere altrove ma li’ gli e’ toccato di essere. L’unica partecipe era la Liza, che stranamente si sforzava di fare sembrare tutto perfetto.
Alla mia richiesta di non avere una torta, ma solo le candeline, ci siamo trovati con una panna cotta, un mascarpone e dei sorbetti e nessun posto dove infilzare le candeline.
Io a dire il vero avrei fatto come la mia bisnonna, che al suo 96esimo compleanno, pensando che fossero di zucchero inizio’ a mangiarsele.
Che nella mia famiglia abbiamo un qualche rotella fuori posto non c’e’ dubbio, e credo che la genetica anche in questo non mi abbandoni.
Quest’anno ho sentito molto la distanza dalla mia famiglia di origine, e un po’ di malinconia per i compleanni da bambina in cui festeggiavamo insieme ai nonni, alle mie sorelle e ai miei genitori.
Per il giorno del nostro compleanno mia mamma ci preparava sempre lei la torta imbottita.
Era una tortona di pan di spagna ripiena con strati che si alternavano di crema al cioccolato e crema gialla pasticcera.
Esternamente poteva essere ricoperta di panna montata bianchissima, o nel mio caso di crema al cioccolato, perche’ a me la panna non piaceva.
Il pan di spagna era bagnato con una bagna al caffe’ o col rhum; si vede che quando eravamo piccole noi, i bambini non avevano il problema del caffe’ che innervosisce e dell’alcool che non si puo’ fare bere ai piccolini! Anzi, forse 40-50 anni fa il caffe’ e il rhum facevano bene, si sa che la pediatria cambia col tempo!
Ricordo che un anno mia mamma si specializzo’ nella crema al burro e cosi da quel momento comparvero anche le scritte “Buon compleanno” e i nostri nomi sopra alla torta.
Il mio le veniva sempre male a causa di quella “y”, e lei poverina si giustificava non so se piu’ per il ritocco che sempre le toccava fare alla scritta, o per avermi infilato quella lettera straniera nel nome.
Siccome io sono nata il 02 agosto, i miei compleanni sono sempre stati festeggiati in famiglia, un po’ perche’ la scuola era chiusa e tutti i compagnetti erano in vacanza, un po’ perche’ mia mamma di figlie ne aveva tre, e tre compleanni in pompa magna non li avrebbe economicamente potuti gestire.
A volte credo che sia per questo che mia sorella festeggi i compleanni delle sue figlie come se fossero delle feste di matrimonio, perche’ noi da piccole non potevamo permettercelo.
Pero’ quando penso ai nostri compleanni, io credo che fossimo felici, che era bello festeggiarli cosi, con la tortona e la famiglia.
Non c’erano animatori o gonfiabili, ma c’era un pranzo di 10 portate per tutta la famiglia e la torta con le candeline, e tutti che cantavano al festeggiato “Tanti Auguri” e dopo che aveva spento le candeline, una di noi sorelle si avvicinava e iniziava il rito della tirata di orecchie, tante quanti erano gli anni compiuti, con tutti gli altri in coro che insieme a voce alta contavano: “uno! due! tre! quattro… ” e via andare.
Mi mancano un po’ quei compleanni, anche se vorrei vedere adesso a contare fino a 49 quanto tempo ci si impiegherebbe!

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FORREST GUMP

Il concetto che in amore vince chi fugge, lo ha inventato chi non sapeva restare.
In amore vince chi sta, chi lotta, chi ci crede, chi si impegna per far felice l’altro.
Chi fugge va solo altrove, fregandosene di chi resta.
Non fraintendetemi, soli non e’ che si sta male, e a volte e’ meglio stare soli che con certe persone.
Intendo dire che in una relazione bisogna impegnarsi in due, perche’ solo cosi si puo’ essere una coppia, altrimenti si e’ solo due individui singoli che si fanno i fatti loro.

“Non raccontiamocela, soli si sta bene, in due si sta meglio”
Questo mi ha detto il mio amico Gianni qualche tempo fa, mentre mi lagnavo di alcuni difetti del mio compagno.
“Io sto tanto bene anche da sola, che se devo stare male in due, arrivederci amore” gli ho risposto.
Questo intendo, che se si deve stare in due, si deve stare bene. E che in due, entrambi devono tirarsi su le maniche e darsi da fare. Entrambi devono crederci.
Perche’ come diceva mio nonno, ” se vuoi seminare, la terra prima la devi arare”.
Se e’ solo uno che zappa la terra, o tira i buoi, c’e’ qualcosa che non va.

Sicuramente non posso definirmi come una persona che soffre di solitudine.
Sicuramente vivo in una casa in cui siamo anche troppi a viverci, e questo non aiuta il mio senso di solitudione.
Sicuramente di mio, sono una che piuttosto che vivere in condominio, se ne andrebbe a vivere in cima ad un Eremo in culo al Mondo.
Non amo gli eventi mondani o la troppa vita sociale.
E sicuramente sono ormai troppo vecchia per farmi andare bene, situazioni, cose, persone, che non mi vanno bene.
Non sono sempre stata cosi, e’ che l’eta’ ha accentuato i miei difetti, e tra questi c’e’ la poca tolleranza verso quello che mi fa male.

Quindi per me in amore vince chi resta.
Chi fugge non ama, o almeno non ama noi.
Percio’,
restate con chi vi telefona,
restate con chi trova sempre tempo per voi,
restate con chi vi capisce,
restate con chi si impegna a farvi felice,
restate con chi vi guarda come se foste l’unica al mondo,
restate con chi vi cerca quando non vi sente.
Non inseguite chi non si prende cura di voi, non inseguite questi moderni Forrest Gump.
Lasciamoli andare.

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“L’AMOR CHE MOVE IL SOLE E L’ALTRE STELLE”

Quando ero piu’ giovane (tanto piu’ giovane), frequentavo l’universita’.
Il primo anno, siccome ero uscita con un voto alto alla maturita’, e provenivo da una famiglia numerosa in cui lavorava solo mio padre, feci domanda all’Acostud, che era poi l’assistenza allo studio che aiutava i poveretti che altrimenti non si sarebbero potuti permettere di studiare all’università.
Se avevi i “requisiti”, potevi non pagare le tasse universitarie e avere un alloggio in uno studentato gratis o a prezzi bassi.
Io i requisiti pare che ce li avevessi, e cosi finii in una stanza doppia in uno studentato in culo al mondo, in cui nessuno voleva andare, a parte me e qualche disperato come me.
Lo studentato era all’estrema periferia di Bologna, ci volevano 30 minuti in autobus per arrivarci; l’ultimo era quello delle 23. Lo prendevo per rientrare quando la sala studi chiudeva, e su ci eravamo io e gli studenti che condividevano il mio stesso destino ed erano stati confinati in quello studentato. A farci compagnia c’erano circa una quindicina tra uomini e bambini che rincasavano al campo Room di Casteldebole, che era poi la fermata prima della nostra . Pure quelli che i bolognesi definivano “gli zingari”, alla fine, abitavano più vicino alla citta’ di noi confinati. E anche loro, come me, rientravano a casa dopo una giornata fuori, passata tra le vie del centro a chiedere l’elemosina vendendo quello che sapevano meglio fare: c’era chi leggeva i tarocchi, chi suonava una fisarmonica, chi faceva il giocoliere e chi il gioco delle tre carte. Tutto era buono per tirare a campare e arrivare a domani.
A quei tempi non la capivo la loro disperazione, nonostante io, disperata e senza un soldo in tasca, non fossi messa tanto meglio di loro. Qualche anno fa invece mi sono resa conto che sarebbe potuto succedere anche a me di non avere più una casa, di trovarmi a vivere per strada, in una situazione provvisoria, e allora forse, sarei stata disposta anche a chiedere l’elemosina.
Poi non lo so, perché quando mi è successo, l’alternativa ce l’ho avuta, nel senso che appena ho cercato un secondo lavoro subito l’ho trovato. Forse per gli “zingari” di Casteldebole, trovare subito un lavoro non è cosi’ facile. Ricordo un film di Soldini di quel periodo, “Un’anima divisa in due” che parlava proprio di una ragazza rom che lavorava in un albergo e quando spari’ dell’oro in una camera, venne accusata subito di furto. Insomma non credo sia facile trovare lavoro se vivi in un campo nomade.
Al terzo anno di università mi resi disponibile a insegnare italiano ai figli degli immigrati per un’associazione locale. Quando per un paio di volte, insieme agli obiettori accompagniammo a casa i bambini al campo nomade, l’accumulo di immondizia e l’odore pungente presente in tutto il campo mi fece chiedere come fosse possibile vivere in un posto così. Eppure loro ci vivevano. Forse perché quando raggiungi l’apice massimo della disperazione, più di quella non ce n’è, e ti abitui a tutto e tutto diventa normale. È come quando sei a terra e più in fondo di così non vai.
Ma questa è un’altra storia.
In quello studentato, frequentato dagli studenti piu’ improbabili che io abbia mai incontrato, conobbi Lucio di Verona.
Frequentava giurisprudenza, era biondo con gli occhi azzurri, alto e con un naso al posto del naso. Insomma, era un bel ragazzo. Viveva nell’appartamento sopra al mio, e di quell’appartamento ricordo solo che gli altri due inquilini erano un calabrese nero come il carbone e un tipo di circa 40anni che faceva il piano bar ed aveva subaffittato a poco costo un posto letto da non si sapeva chi, risultato assegnatario del posto gratuito allo studentato. Ricordo anche che ogni volta che salivo su da loro, in un angolo della cucina c’era sempre un numero maggiore di sacchi dell’immondizia. Lucio mi spiego’ che siccome il musicista non rispettava mai i suoi turni di pulizia, avevano deciso che nessuno di loro li avrebbe piu’ rispettati. Sinceramente non mi ricordo come fini’ quella storia, però lì per li, pensai che non doveva esserci poi cosi tanta differenza tra quell’appartamento e il campo room di Casteldebole in cui l’autobus faceva tappa tutte le sere quando rientravo.
Comunque, la mia coinquilina mi racconto’ che Lucio era single, in quanto la sua fidanzata lo aveva lasciato dopo 5 anni per un tipo che poteva offriele molto di piu’ di quello che le offriva uno studente squattrinato che viveva allo studentato, e una sera aggiunse “perche’ non uscite insieme? Secondo me andreste d’accordo”
Perche’ le diedi retta non lo so, ma sta di fatto che con Lucio ci uscii, ed effettivamente andavamo d’accordo. Lo baciai, e al secondo appuntamento divenne il mio ragazzo.
Dopo un mesetto Lucio venne da me con l’aspetto del cane bastonato e mi disse che la sua ex ragazza si era rifatta viva e che lui voleva darle un altra possibilità.
E io accettai la cosa di buon animo, senza farne drammi, sia perché a quei tempi non è che proprio mi struggessi di dolore per nessun ragazzo, sia perché avevo altro a cui pensare.
“Infondo non e’ che a struggersi di dolore le cose cambino”, pensavo allora, “meglio farsene una ragione e via andare!”
Ero una giovane pragmatica e che ci girava poco attortno a quei tempi.
Oggi, a quaran’anni suonati e passati, il mio cinismo in materia amorosa penso che abbia fatto un ulteriore passo avanti, e alla frase di allora aggiungerei che non e’ “l’amor che move il sole e le altre stelle”, ma come diceva mio nonno “tira piu’ un pelo di topa. che un carro di buoi”.
Questo per dirvi che poi Lucio, dopo essere stato sedotto e riabbandonato, qualche anno dopo torno’ a cercarmi.
Intanto pero’ erano passate settimane, mesi, anni; nel frattempo erano nati figli allo studentato, erano morti gatti al campo Rom di Casteldebole, c’erano stati divorzi nelle famiglie , cambi di vita, lauree e chissa’ cos’altro.
Ma Lucio tornava, come se nulla fosse successo, come se ci fossimo visti la sera prima.
Mi chiedevo se forse gli uomini (nel senso di maschi) hanno una percezione diversa del tempo.
Una mia amica si è sempre spiegata questo mistero con le mestruazioni. Avendo noi il tempo cadenzato da cicli di 30 giorni (suppergiù) ci viene più facile sapere quando è successa una cosa, collocarla nella linea spazio-temporale. Gli uomini non contando i giorni invece no.
Gli uomini tornano.
Proprio come il ciclo.
Ti pensano, ti scrivono.
Passano dalla tua città, ti chiamano.
Ti vedono su Instagram, ti cercano.
Io ho imparato che siamo noi donne che possiamo evitare tutto questo.
Dobbiamo chiudere la porta, sigillarla e chiudere anche le finestre.
Loro tornano, noi tiriamo giù le tapparelle.

L’amor che move il sole e l’altre stelle (Dante Alighieri- Paradiso, XXXIII, v. 145)

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VORREI ESSERE COME QUEL COTECHINO

Quando io e il padre di Giacomo ci siamo lasciati, per un paio d’anni sono stata da sola.
Sola in tutti i sensi.
Sola perché ero l’unica adulta in casa.
Sola perché ero solo io a dover pensare a fare la spesa, a pagare le bollette, a correre in ospedale la notte quando mio figlio soffocava nella tosse.
Sola perché nonostante dovessi fare due lavori per arrivare a fine mese, la casa era ugualmente da pulire, il bucato da fare e la cena da preparare.
Sola perché le babysitter mi piantavano in asso dall’oggi al domani perchè nei weekend o la sera non volevano lavorare.
Sola perché l’ultima cosa a cui pensavo era di aver vicino un qualcuno a cui volere nuovamente bene.
Sicuramente me ne mancava il tempo, ma ancora di più la voglia.
Ma senza dubbio, il motivo vero, era che ero così immersa nella mia disperazione, che solo uno più disperato di me avrebbe potuto guardarmi dentro, e l’ultima cosa che mi serviva in quel momento, era un disperato vicino. Bastavo io da sola con tutta la mia di disperazione.
Poi è successo che ho scoperto che l’UomoDelleMiaVita stava bene anche senza di me, così bene da rifarsi una vita. E mi ci sono abituata a stare sola. A dormire di traverso nel letto matrimoniale, con addosso il pigiama di topolino. A mettere le mutande quelle comode, quelle alte che ti regala la nonna ad ogni Natale. E mi sono abituata a guardare la TV sdraiata nel divano, col telecomando in mano e i gatti sulla pancia. E anche ad addormentarmici in quel divano, che tanto non c’era nessuno che mi aspettava a letto.
Credo anche di essermi sentita in colpa per lungo tempo, in colpa per quella relazione finita, in colpa perché mio figlio sarebbe cresciuto con un padre che aveva un’altra famiglia a tempo pieno, e solo un part time per lui.
E mi sono sentita in colpa perché dovevo lavorare più del dovuto per tirare avanti la carretta e parcheggiare il mio bambino un po’ qua un po’ là.
Ammetto che fino a qualche anno fa la mia autostima la conservavo con cura sotto alla suola di gomma delle All Star.
Oggi no.
Non dico che il senso di colpa sia scomparso, no quello no, quello mi bussa alla porta ogni volta che succede qualcosa nella nostra family correlato a questa situazione.
Ma sicuramente mi valuto una brava mamma, che fa il meglio che può, e che nonostante tutto manda avanti una famiglia di quattro persone piu’ due mici e sfama una colonia felina, anche quella piena di bestioline che nessuno ha voluto.
E tutte le mattine mi alzo nonostante le notti insonni e nonostante i trecentomilioni di problemi che si creano, infilandoni ai piedi quelle All Star, e via andare.
Mi ritengo una persona forte, di quelle che hanno il sangue freddo e una soluzione per tirare avanti.
È vero. Non guardo più i telegiornali, lo so. Non so bene cosa stia succedendo là fuori. O meglio: so quello che mi basta sapere, quello che riesco a elaborare, perche’ ammetto che a volte non riesco a capire tutto quello che mi circonda; che già così faccio fatica a badare a me stessa, figuriamoci al mondo intero.
E la prossima settimana sarà San Valentino, ma io non l’ho mai festeggiato, nemmeno prima, figuriamoci adesso.
Però mi piacerebbe, che per una volta, qualcuno mi guardasse proprio come quel gatto guarda il cotechino.
Peace & Love.

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FRAMMENTI

Mi sento un piccolo frammento.
Di quelli che cadono a terra e gli altri incuranti calpestano.
Mi sento come un piccolo taglietto, di quelli invisibili che tutti ignorano.
Di quelli che nemmeno sanguinano ma bruciano da morire.
Mi sento come le cacche dei cani che tutti i giorni devo schivare andando al parcheggio. Non dovrebbero esserci, ma ci sono, perche’ qualcuno non le ha raccolte, incurante di chi passera’.
Eppure servirebbero piu persone in grado di vivere in empatia, di quelle buone, di quelle in connessione con gli altri, che imparino ad immedesimarsi con quello che accade intorno.
Di quelle che raccolgono le cacche del loro cane, perche’ anche loro camminando per strada potrebbero calpestarne una.

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