QUEEN ELIZABETH DE NOI ARTRI

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L’altra sera andando verso casa in auto mi sono accorta di una cosa che non avevo mai notato. Lungo la strada che percorro sono da anni radicate le signorine del piacere. Le prostitute insomma.
Ce ne sono per tutti i gusti, grassottelle, filiformi, abbronzate, more, bionde, rosse; e c’è persino un trav con la parrucca che accoglie i clienti sulla biciletta.
La cosa eccentrica è che tutte quante salutavano i passanti con la manina chiusa e il gesto da che fa la regina Elisabetta, quando saluta i suoi sudditi. La cosa mi ha divertito tanto. Anzi, mi ha proprio sollevato la serata dopo una giornata orribile. Dentro di me ho pensato che quel gesto così regale infondo era un modo per elevarsi un po’, perche’ infondo anche loro che li’ erano solo semplici prostitute, nella loro vita privata magari erano la regina di qualcuno, forse di un uomo o di un bambino per cui la mamma e’ sempre una regina. Che poi diciamola tutta: quanta gente maleducata che non saluta c’è a questo mondo!? Loro almeno salutano!
Comunque nel vedere le signorine educate, ho pensato che dovevo comprarmi un reggiseno nuovo, perche’ ho notato che le loro tette stanno un bel po’ piu’ su delle mie, e non che mi interessi avere la loro stessa popolarita’ sociale con gli uomini, ma visto che dopo il parto, le mie boccie sono ridotte a per lo piu’ a due pelli di daino, che a causa del principio della forza di gravita’, vengono attratte dal centro della terra, tanto che a paragone la mela di Newton che dalla torre venne fatta cadere e si sfracello’ a terra con le formiche, mi fa una pippa a me. E niente, siccome ho visto in un negozio un fantastico 3×1 per un reggiseno leopardato e due fluorescenti, che fanno tanto signorina della statale, e che forse mi avrebbero elevato a una single di mezza eta’ con ancora qualche chance, ho pensato che era arrivato il momento di investire quei quattro denari che mi restavano nel portafoglio questo mese dopo un’emorragia di spese infinita che comprendeva di tutto e di piu’.
Oppure con quei soldi potevo comprare i fiori da mettere sul balcone, visto che e’ arrivata la primavera e rientrando a casa, vedo quelle belle casine piene di vasi e vasetti dai fiori colorati.
Ebbene, cosa mai posso avere scelto io?!
Ho comprato i fiori per il balcone.
Va beh dai, arriva l’estate e il reggiseno fa caldo…

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È già il 2019?!

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È tanto che non scrivo. Non che di cose non ne siano successe, anzi…
Come al solito non mi faccio mai mancare niente, e come al solito la mia vita non è mai facile. Il 2018 è stato un anno carico: carico di tante cose, tra cui mattine in continua corsa a macinare chilometri per portare Giacomo a scuola e poi per fiondarmi in azienda; sere in affanno per preparare la cena e mettere a letto i bimbi e ripulire i residui lasciati da due piccole creature e un’adolescente poco cresciuta; fine settimana anch’essi lavorativi al ristorante per far quadrare i bilanci familiari. E due traslochi che si sono aggiunti a quelli passati. E con loro scatoloni e caos.
La Bugatti mi ha abbandonato, e così sono rimasta a piedi poco prima di Natale, tanto per ricordarmi che se a Natale sono tutti più buoni, la sfiga non lo e’ per niente!
È così mentre Gesu’ bambino nasceva, io ero a piedi e anche povera di prima, perché oltre alla rata del mutuo della casa si sarebbe aggiunta anche la rata per la nuova auto.
Ah, non so se ve lo avevo detto, ho comperato un casetta a poco e l’abbiamo risistemata con le nostre mani. Così almeno non dovremo traslocare ogni sei mesi perché nessuno si fida di una mamma single con tre figli.
La casa è carina, i mobili li abbiamo comprati al mercatino dell’usato e sistemati, insomma ho fatto venir fuori il rigattiere che è in me e con buoni risultati a mio parere.
Il posto dove viviamo mi piace molto. Ci sono animali strani come le cicogne, una bella riserva naturale, i bambini che vanno in bicicletta da soli per strada ed il mare ad un paio di chilometri.
La casa è piccola ma graziosa.
Va beh ma di come comprare e sistemare una casa con pochi soldi ve ne parlerò in un altro post.
In ufficio la collega snob con cui avevo discusso si è licenziata e sinceramente la cosa mi ha abbastanza sollevato perché ero un po’ stufa dei suoi giudizi morali e anche del suo modo altezzoso di guardarmi dall’alto in basso. Poi siccome il karma è sempre in agguato, le auguro un futuro felice, ma lontano da me possibilmente.
Cos’altro?!
I bambini stanno bene. Mia figlia mi fa sempre dannare perché parlare con lei e’ come parlare al vento che soffia e porta via e anche se domani compirà 21 anni è come se ne avesse 14.
Abbiamo preso un gattone con noi, si chiama Rambo. È nero, vecchio e spelacchiato e con qualche problema ai reni. Era al gattile e nessuno se lo filava, perché tutti vogliono i gattini appena nati e i gatti vecchi nessuno se li vuole prendere.
Eh, nessuno tranne noi.

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SE RINASCO, FACCIO IL CANE !

Scattate con Lumia Selfie

Per il mio compleanno mi hanno regalato un cd dei successi di Cindy Lauper. Lei li’ bella che ti guarda dalla copertina, coi suoi capelli colorati, i vestiti abbinati alla cassus e l’ombretto fluorescente.
Che e’ facile oggi fare gli alternitivi in una societa’ di tatuati, e di figli di papa’ che si vestono al mercatino dell’usato perche’ fa trendy. Ma farlo ai tempi di Cindy era molto meno facile. E farlo io quando avevo 18 anni e vivevo in un paesino di 1000 anime a tanta malora, lo era ancora meno.
Che mi ricordo che il primo giorno di universita’ a Bologna mi manco’ il respiro a causa degli scarichi delle auto mentre attreversavo via Irnereo a piedi, che per riprendermi dovetti entrare in una Chiesa e sedermi. Perche’ se vivi vicino alle foreste casentinesi, il problema dello smog non sai nemmeno cos’e’. Ma se vai a studiare in una grande citta’, allora devi metterlo in conto.
E io a Bologna mi ci trasferii. Andavo a lezione con una biciclettina azzurra, comprata dai tossici di via Zamboni, che le rivendevano davanti al 36 occupato, in cambio di 20 € e due mele che gli diedi io come mancia; e non perche’ la bici cheap facesse chic, ma perche’ non potevo permettermi di comprarne una nuova di pacca, perche’ la paga guadagnata come cameriera nel week end, serviva a pagare l’affitto e la mensa.
Pero’ a Bologna sono stata felice, un po’ perche’ stavo via di casa e un po’ perche’ mi piaceva andare all’Universita’ e fare la vita da studentessa.
Che poi io ero iscritta a “Lettere e Filosofia” e gia’ questo era bellissimo, in piu’ frequantavo tutte le lezioni possibili al Dams che nemmeno Vittorio Sgarbi al dams c’e’ mai stato cosi’ tanto. Per chi non lo sapesse il Dams e’ l’acronimo di Discipline Arti Musica e Spettacolo. Vi lascio immaginare i soggetti alternativi che lo frequantavano.
Alla Montagnola io non ci andavo a comprare i vestiti usati finto straccione, perche’ quelli miei erano gia’ abbastanza usati per il lungo tempo da cui li avevo; la maggior parte arrivavano da una cugina piu’ grande che lavorara e cambiava il guardaroba ogni anno.
Mi ricordo che quando tornavo a casa nei fine settimana, mio nonno quando mi vedeva con i jeans strappati e rammendati mi diceva sempre “Una volta noi i pantaloni rotti ce li mettevamo perche’ non potevamo comprarcene un paio nuovo, e quando ci si rompevano nel di dietro ci vergognavamo e camminavamo con gli occhi bassi e le mani a coprire gli strappi. Adesso voi li comprate rotti perche’ vanno di moda.”
I miei pero’ erano rotti perche’ li portavo da troppi anni, ma questa cosa mi faceva essere anche a me alla moda e quindi mi sentivo per una volta come gli altri e meno alternativa.
Perche’ poi io sin da adolescente avevo sta fissa che bisogna essere coerenti con la propria idea, e soprattutto che “apparire” non serve a nulla, che nella vita devi averci le palle di “essere”.
E cosi’ mi sono fatta mille e mille lotte contro i mulini a vento e mentre le mie coetanee discorrevano su che abito mettersi per andare a ballare il sabato sera, noi (io e la mia combriccola di coerenti con cui spendevo le serate libere), andavamo in giro nel ’94 a disegnare i baffi al Cavaliere nei manifesti elettorali.

E niente, adesso che non ho piu’ vent’anni, ed ho passato i quaranta, lo dico davvero convinta, che a fare l’alternativa e’ una gran fatica, ma ancora di piu’ lo e’ andare sempre controcorrente, che poi il fiume in piena a volte ti trascina via e se non affoghi e c’hai la fortuna di sopravvivere, poi sei tutta acciaccata e a riprenderti ci metti un bel po’ di tempo.
E dico anche che fare la pecora nera nel gregge di bianche, e’ faticosissimo, e allora ho pensato che la prossima volta se rinasco, io faccio il cane.
Perche’ i cani della mia famiglia stan proprio bene, serviti e riveriti, e c’han pure mia mamma che li pettina e gli toglie le zecche quando il trattamento non ha funzionato. E io invece lo shampoo me lo devo fare da sola e se prendo i pidocchi dai miei figli, mica c’e’ nessuno che me li toglie! Che poi i pidocchi sono una gran bella metafora della vita, che anche se non li vorresti, te li prendi lo stesso e nonostante tu faccia di tutto per mandarli via, loro stanno li’ attaccati e tenaci che niente sembra possa fargli cambiare idea.
E insomma, ora che ho 45 anni lo posso dire, che se rinasco, faccio il cane.

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SONO UNA PERSONA ORRIBILE/03

sugarelli

Ultimamenete mi sto rendendo conto di avere avuto un calo di memoria notevole.
Un buco nero.
Una voragine direi.
Me ne sono resa conto perche’ l’altra sera raccontavo ad un’amica di un ragazzo che avevo avuto 15 anni fa.
Ci frequentammo per circa sei mesi.
Solo che non mi ricordavo come si chiamava. E nemmeno ora me lo ricordo. Ricordo solo che era un finanziere e che lo chiamavo “il finanziere”.
Poi pero’ non mi ricordavo nemmeno il nome di quell’altro che avevo frequentato dopo.
Ricordo solo che aveva un occhio di vetro ed io non me ne ero accorta fintanto che non me lo han fatto notare le mie amiche.
comunque ho deciso che da stasera prendo il fosforo.

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A VAG A FE’ DI CAPPLETT !

cicogne
Mi sono iscritta ad uno di quei gruppi whatsup in cui alcune persone che condividono qualcosa di comune, si ritrovano a discutere o anche solo ad essere informati di fatti ed eventi che li riguardano. In questo caso, la cosa in comune e’ risiedere nella stessa zona. Strano diranno i miei lettori che mi conoscono e perciò associano la mia persona ad una carovana nomade senza fissa dimora!
Ed invece anche noi famiglia senza casa, ora un posto da chiamare casa ce l’abbiamo, un posto da cui nessuno potrà mandarci via, perché siamo in troppi o perché i bambini fanno confusione.
E niente, ho comprato una casina in una frazione decentrata nel comune di Ravenna, e presto ci trasferiremo lì. Ed allora nel gruppo whatsup a cui mi sono iscritta, ci sono molti degli abitanti di questa frazione e ieri e’ stato pubblicato questo messaggio:
“Buon pranzo a tutti.
Domani sera dalle 19.30 in poi si inizieranno a preparare i cappelletti al circolo PD per la consueta festa che inizierà a fine mese.”

Ecco, allora mi e’ venuto in mente quando ero piccola che andavo in vacanza tre mesi d’estate dai nonni su nel paesino, e in estate li’ si faceva la festa dell’Unita’, che nel paese vivevano 60 anime, e 50 di loro erano iscritte al Pc.

E cosi’ una settimana prima che iniziasse la festa, le donne si ritrovavano tutte nella sezione dei comunisti a fare la spoglia e a riempire e a stringere i cappelletti che si sarebbero cucinati per la festa. E siccome succedeva che alla fine quella era la festa del paese, nella Sezione dei comunisti arrivavano anche le figlie e le nipoti delle azdore a fare i cappelletti anche se non erano comunisti, e anche le donne pie che andavano a messa la mattina e dicevano il rosario alla sera andavano a stringere i cappelletti. E una volta ci ando’ anche l’angela, che era l’aiutante del Parroco, perche’ in quelle sere si chiaccherava e si raccontavano tante cose ed era un bel mo0do di fare comunita’.

Le donne la sera, si sbrigavano a dare la cena a tavola, e poi lasciavano i piatti da lavare e la tavola apparecchiata e uscendo di fretta di casa dicevano “A vag a fe’ di caplett (che in romagnolo dell’appennino significa “Vado a fare dei cappelletti”)

Ecco allora, credo che forse anche noi abbiamo finalmente trovato la nostra casa, in un posto dove gli abitanti del paese si ritrovano la sera a fare i cappelletti per una festa che e’ un po’ del paese.

E poi come dice la Liza, lasciamo una casa in un posto dove vivevano i fenicotteri rosa per andare a vivere in un altro dove vivono le cicogne, che sono poi il simbolo della Bielorussia, quindi come potremmo non sentirci tutti a casa qui, anche lei che in questa casa non ci e’ nata.

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LA COSA PIÙ SIMILE ALL’AMORE CHE IO CONOSCA

WP_20180715_11_55_55_ProAvrei voluto scrivere questo post molti mesi fa, ma un po’ la paura che le cose cambiassero, un po’ una sorta di senso della privacy che mi porto dietro da tempo, mi ha impedito di farlo.
Infondo chi più di me può dire che la parola “per sempre” e’ una fottutissima bugia. Un po’ come l’amore insomma.
Chi più di me può dire che le cose cambiano all’improvviso, che tu lo voglia o no. Loro vanno per la loro strada, e tu te ne resti lì col naso per aria a guardare il cielo e a misurare il vento, con lo stesso sguardo di una mucca che guarda i treni passare.
Un po’ come in amore insomma.
Chi più di me può dire che nonostante i programmi, nonostante le pianificazioni fatte per il futuro, a volte capita che tutto venga stravolto e vada per i fatti suoi.
Un po’ come in amore insomma.
Eppure nella mia vita sono stata molto fortunata, ho sempre avuto amici affidabili e compagni di vita di tutto rispetto.
Con un paio di loro ho passato anni bellissimi e spensierati. Con un altro paio ho passato gli anni delle scelte difficili, dei problemi e della maturita’. Uno di loro l’ho amato tantissimo, l’ho considerato il mio yang ed abbiamo avuto un figlio insieme. Solo che poi le vicissitudini della vita ci hanno separato.
Però non posso dire che la vita non sia stata generosa con me. Quando ho conosciuto Luca stavo ancora asciugandomi le lacrime per la fine della mia storia col padre di Giacomo. Non avevo molta voglia di ributtarmi in una relazione. E così ho accettato di incontrarci tanto per uscire da quella situazione di torpore, tanto per cambiare un po’ le cose e per rimuovere quell’aria di stantio che aveva avvolto la mia vita in quel periodo, visto che il padre di mio figlio mi aveva comunicato di aver iniziato una convivenza con la nuova compagna, proprio lì nella casa in cui avevamo vissuto e in cui avevamo costruito la nostra famiglia. Insomma, mi sentivo un po’ come quella che rimaneva ferma ad aspettare un treno che era gia’ partito e non sarebbe tornato piu’. Allora decisi che era arrivato il momento di smettere di aspettare perché non c’era più nulla da aspettare.
E così dopo poco arrivo’ Luca.
Al nostro primo appuntamento lui arrivo in ritardo. Ma poco male perché Giacomo che stava già dormendo si svegliò improvvisamente a causa di una forte tosse che aveva in quel periodo, e così dovemmo aspettare ancora un po’ prima di poter uscire. Lo coccolai fino a che non si riaddormentò tra le mie braccia.
E così ancora prima di conoscere me, Luca conobbe mio figlio.
Passò una settimana prima che ci rivedessimo; dovevamo uscire a pranzo, ma successe che la Liza che allora si era trasferita a Rimini, venne la mattina a trovarmi e decise di fermarsi fino a sera. Così ci trovammo a pranzo fuori in cinque.
E così ancora prima di conoscere me, Luca conobbe i miei quasi tre figli.
Poi venne agosto ed io ero in ferie e così andammo al mare con Giacomino e lui riempi’ il costumino di cacca e Luca se lo prese in braccio e lo portò alle docce.
E così ancora prima di conoscere me, Luca conobbe i bisogni fisiologici di un bambino di 2 anni.
E poi una sera che aveva tantissima tosse come spesso succede in autunno, mentre Giacomo beveva il suo biberon di latte lo vomitò di getto, che nemmeno la bambina dell’esorcista avevo visto fare una cosa del genere.
E Luca vedendo me con le lacrime agli occhi, prese un tovagliolo e iniziò a pulire Giacomo in viso e poi il tavolo e il pavimento.
E niente, allora io ho pensato che questa e’ la cosa più simile all’amore che io conosca.

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La Natalina

Dal blog di “Piccole cose di un calzino”, una ragazza che leggevo anni fa e che dopo aver messo su prole numerosa, non ha piu’ tempo per scrivere (purtroppo) http://unapiccolacosa.blogspot.it/2013/03/la-natalina.html


La Natalina, con il la davanti, era una degli abitanti storici del mio quartierino.
La Natalina è morta la settimana scorsa, ce ne siamo accorti perchè c’era il carro funebre davanti a casa e tutti, per un attimo, ci siamo chiesti chi dei quattro componenti della famiglia fosse in viaggio per l’aldilà. Poi più niente. Niente epigrafe, niente funerale, Niente niente. Povera Natalina.
La Natalina è una delle persone più sfortunate che io abbia mai conosciuto nella mia vita. Una vecchia magra magrissima, coi capelli tutti bianchi e dritti come quelli di Raffaella Carrà. Un marito che la picchiava sempre e due figli drogati, figli dell’eroina degli anni ’80. Due su due, una bella sfiga cosmica, povera Natalina.
La Natalina non usciva mai di casa, la vedevamo solo quando andava a buttare la spazzatura. E, ve lo giuro, aveva sempre la stessa gonnellona sotto il ginocchio a fantasia scozzese rossa e grigia. Nessuno l’ha mai vista  vestita in modo diverso. La Natalina poi aveva gli occhi grandi, enormi come due balene nell’acqua, e tristi, madonna com’erano tristi. Chi è entrato in casa sua dice di aver visto zecche alle pareti e cacche di gatto sparse dappertutto. Quante volte l’ambulanza davanti a casa per qualche crisi dei suoi figli. Spappolati come pere fuori dal frigo. Pere, già. Sia Giovanni che Piero, ogni tanto li vedo ancora e traballano su gambe inesistenti, uno dei due è anche sieropositivo e sembra che un giro di vento lo possa sollevare da terra da un momento all’altro.
Ecco, io la Natalina vorrei che ora fosse in un posto bello a gozzovigliare e godere un po’. Buon vino, buon cibo, un bel panorama da infilare negli occhi, leggerezza nel cuore, un bel vestito nuovo, profumo di pulito e i suoi gatti sulle gambe a fare le fusa. Che nella vita, chi soffre così tanto, merita una dipartita un po’ più dignitosa.
Ciao, Natalina.

 

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